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La casa degli spiriti di I.Allende

Ogni parola sembra limitativa ed inappropriata per tracciare una riflessione sul libro che ho appena finito di leggere. Mi e’ gia’ capitato di rigare il viso di lacrime, dopo la lettura di una bella storia, con “La casa degli spiriti” di piu’. Non era commozione o stupore per la storia narrata e per la bravura dell’autrice, ne’ sentimentalismo per gli eventi, no, era di piu’, era dell’altro.
Ad ore di distanza dalla lettura dell’ultima riga, mi ritrovo con il volume in mano, non riesco a separarmene, lo porto con me, lo sfoglio, l’accarezzo, gli sorrido.
Strana reazione per una donna della mia eta’. Rileggo disordinatamente le frasi che piu’ mi hanno colpito. Sceglierne una per iniziare la mia riflessione e’ molto difficile, ci provo:
“…l’idea salvatrice di scrivere col pensiero, senza matita ne’ carta, per mantenere la mente occupata, evadere dal caos e vivere.”
Lo spirito di Clara invita la nipote, Alba, vittima di torture e prigioniera, a rifugiarsi nella scrittura per superare il momento tragico che sta vivendo. Trovare la forza per sopravvivere mettendo ordine negli eventi vissuti come se dovesse scriverli, memorizzarli per una futura narrazione.
Alba non e’ la protagonista del racconto, e’ solo la nipote di un vecchio “giusto” – cosi’ lui dice di se stesso all’inizio della storia – ed e’ l’ultima delle donne che lo accompagnano nella sua lunghissima esistenza.
Esteban Trueda muore novantenne fra le braccia amorevoli della nipote e noi, quest’omone burbero e rabbioso, lo conosciamo bene, perche’ l’Allende ci ha raccontato la sua storia.
Riassumerla, sarebbe banale e restrittivo.
I.Allende con leggerezza e tenacia ha tracciato la personalita’ del protagonista. Gradualmente ci ha svelato la sua iracondia che e’ passione e violenza, il suo passato di stenti e sogni, i suoi amori mai completamente corrisposti e l’insaziabile voglia di quiete, la sua concezione di giustizia che lo rende schiavo di se stesso, sordo alle necessita’, spietato nelle sentenze.
E’ una storia personale che, come una cascata, si getta in un fiume e scorre fino al mare.
Il mare e’ la storia di un popolo che combatte per la liberta’ e l’eguaglianza.
Il mare e’ la giustizia sociale che travolge la giustizia sommaria, la prepotenza, la dittatura.
Dall’antica violenza scaturisce nuova violenza ed impotente, il vecchio, assistera’ allo sfacelo del suo mondo.

Nato in Sicilia di E. Russo

Se e’ vero che l’Italia e’ una bella Nazione unita, libera e fonadata sul lavoro, come recita l’art.1 della Cost.Italiana, e’ altrettanto vero che la Sicilia e’ un regno nel regno, uno stato nello Stato.
Mi riferisco, ovviamente, alla cultura dei suoi eclettici abitanti, che sparsi per il mondo ne illuminano ogni angolo.
Ho letto “Nato in sicilia” d’un fiato, pochi mesi fa, ricevuto in regalo da un amico.
E’ ambientato a Catania e nelle campagne limitrofe.
E’ la storia di un milanese, nato in Sicilia, alla scoperta del suo mondo d’origine.
Rimasto orfano da bambino e cresciuto a Milano da uno zio cresce all’oscuro dei segreti della sua famiglia.
E.Russo svelando quei segreti, svela a noi la sicilianita’.
Le donne forti e altere, fragili e tenaci, volitive e sottomesse, artefici dei propri e degli altrui destini. Sottomesse a cosa?
All’apparire che vince sull’essere, ad una mentalita’ che le fa piangere in silenzio, perche’ consapevoli che nulla potra’ mai cambire.

“Mal di pietre” di M. Agus

“Perché in fondo, forse, nell’amore, alla fine bisogna affidarsi alla magia, perché non è che riesci a vedere una regola, qualcosa da seguire per far andare le cose bene, per esempio dei Comandamenti”.

C’è sempre una frase da cui iniziare una riflessione dopo aver letto un libro. Ho scelto questa, anche se non è la più intensa, la più vera.
Mal di pietre si legge in un pomeriggio e non si può lasciare a metà. L’autrice non permette al lettore di restare insensibile, distante, estraneo ad un modo di percepire la vita che in parte può appartenere a ciascuno di noi, con sfumature ed intensità diverse.
L’emotività può condizionare talmente la vita di una persona da farla apparire “matta”, perché non rientra nella normalità essere persone troppo sensibili.
Anche adesso, a mente serena, con una notte di mezzo e gli occhi asciutti, sono incapace di esprimere l’emozione forte e chiara che ho avuto leggendo queste pagine, perché anch’io, non riesco a parlare e a dire, mi emoziono e scappo via davanti alla gioia di qualcosa che sembra inverosimile; come la Nonna Paterna, resto incredula e senza parole e, dinanzi a tale emozione, vorrei dire tutto ed invece resto muta.
Non ho capito se è una storia vera, se realmente M.Agus abbia avuto una nonna così “bella”, pura, profonda. Sò di certo che ha avuto la fortuna di aver saputo descrivere un aspetto dell’animo umano che ai più fa paura, perché essere persone empatiche e sensibli in questa nostra società, è sinonimo di follia, di stranezza.
La nipote narrante è consapevole di essere diventata la donna che è, matura, forte, serena, per tutto ciò che la nonna “matta” le ha amorevolmente donato.